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Psicoterapia e autismo

“La psicoterapia ha luogo là dove si
sovrappongono due aree di gioco,
quella del paziente e quella del
terapeuta. La psicoterapia ha a che fare
con due persone che giocano insieme”

Donald Woods Winnicott


Cos’è la psicoterapia


Per definirsi “in salute” un individuo deve raggiungere uno stato di completo benessere fisico, mentale, sociale e spirituale e non solo una mera assenza di malattia. Troppo spesso, invece, ci si focalizza sul miglioramento dell’aspetto fisico o sulla prevenzione delle malattie del corpo, dimenticando di prestare altrettanta cura alla salute della propria mente.

Non è insolito che le persone che decidono di iniziare un percorso psicoterapeutico ammettano di non aver scelto subito quella strada, per il timore di esprimere emozioni o per la paura di essere giudicati: tentare tutte le alternative possibili prima di rivolgersi a uno psicoterapeuta significa però sprecare tempo e occasioni preziose prima di raggiungere il cambiamento desiderato.

La psicoterapia può dunque essere paragonata a un sentiero, un percorso introspettivo che viene intrapreso da persone che stanno bene e vogliono migliorare la qualità della propria vita o, più spesso, da quanti si trovano ad affrontare un disagio psicologico, un blocco interiore che impedisce di vivere un’esistenza serena e appagante.

Compito dello psicoterapeuta è quello di sostenere l’individuo durante questo cammino, curando i disturbi che possono andare da un blocco emotivo più o meno marcato fino alla sintomatologia grave, che si può manifestare in modalità tali da compromettere in serio modo la capacità di utilizzare a pieno le risorse di cui si dispone e quindi di soddisfare i propri bisogni.



Psicoterapia e autismo


L'autismo è un disordine neuropsichico infantile, classificato tra i “disturbi pervasivi dello sviluppo”, che si manifesta solitamente nei primi anni di vita e si sostanzia nell’incapacità di comunicare, di entrare in relazione con gli altri e di adattarsi all'ambiente circostante.

Le Linee guida internazionali suggeriscono l’uso della psicoterapia cognitivocomportamentale anche per il trattamento dei Disturbi dello spettro autistico, in quanto si è rivelato un trattamento efficace per modificare il comportamento del paziente e renderlo capace di: affrontare secondo vari gradi di autonomia i compiti della vita quotidiana (alimentazione, igiene personale, capacità di vestirsi, etc.), sviluppare la comprensione di sé e dell’altro e riconoscere e differenziare le proprie emozioni.
In questi casi, un corretto trattamento psicoterapeutico prevede un preliminare processo di analisi funzionale attraverso la raccolta di informazioni relative alla storia del disturbo, l’iter diagnostico e terapeutico precedente la consultazione e l’analisi del contesto ambientale e familiare in cui vive il paziente.
La valutazione della condizione del paziente deve inoltre includere tutte le aree dello sviluppo (affettiva, cognitiva, comunicativa, interattiva e neuropsicologica) per consentire allo psicoterapeuta di stabilire una prognosi ed effettuare una programmazione degli interventi.



Il nostro presidio psicoterapeutico: le metodologie impiegate


Nel nostro presidio psicoterapeutico di Genzano, a disposizione di bambini, ragazzi e famiglie che ogni giorno si confrontano con i disturbi dello spettro autistico – vengono utilizzate due specifiche metodologie: l’Approccio cognitivo comportamentale e la Comunicazione Aumentativa Alternativa (CAA). L’approccio cognitivo comportamentale si è sviluppato negli Stati Uniti a partire dagli anni sessanta ed è un particolare orientamento della psicoterapia che ha come obiettivo la risoluzione di comportamenti disadattivi dei pazienti attraverso un intervento attivo sulle emozioni e i pensieri che determinano abitudini dannose di cui spesso non si è nemmeno consapevoli. Caratteristica distintiva di questo approccio è dunque la scoperta guidata, ossia una costante collaborazione tra terapeuta e paziente che, fin dalla prima seduta “lavorano” insieme per identificare il problema. Il paziente viene infatti stimolato ad agire, identificando le proprie emozioni, formulando pensieri alternativi, sperimentando comportamenti differenti e praticando diverse tecniche per imparare a gestire le emozioni.

Il metodo utilizzato è quello del dialogo socratico: la maggior parte degli interventi che il terapeuta cognitivo fa nel corso delle sedute ha la forma di domande con cui cerca di identificare i pensieri automatici e gli schemi cognitivi sottostanti, la presa di distanza critica, la valutazione di possibili alternative. Anche gli interventi interpretativi o di ristrutturazione cognitiva finalizzati alla presa di distanza critica assumono spesso la forma di domande o, più precisamente, di ipotesi che emergono dal dialogo e che il terapeuta sottopone al giudizio del paziente.

I vantaggi di questa tecnica sono essenzialmente due: affinché il dialogo possa procedere, il terapeuta è costretto a porre domande chiare e comprensibili dal paziente, evitando la terminologia specialistica e rendendo così il contenuto del colloquio facilmente assimilabile. In secondo luogo, attraverso il dialogo socratico si mantiene l’onere della prova sulle convinzioni disadattive del paziente. Lo scopo non è infatti convincere il paziente, ma sviluppare in esso la capacità critica rispetto alla pervasività dei propri schemi disfunzionali.

Secondo le Linee guida internazionali per la diagnosi e la cura in ambito psicologico e psichiatrico, la psicoterapia cognitivo-comportamentale si è rivelata un trattamento efficace nella cura di diverse tipologie di disturbi legati a: ansia (ad es. attacchi di panico, ipocondria, fobie di vario tipo); umore (stati depressivi o disturbi bipolari); disordini alimentari (anoressia, bulimia, etc.); stress, alterazioni dei ritmi sonno veglia; dipendenze patologiche; disturbi della personalità (schizofrenia e psicosi).

Nei casi in cui i pazienti non sono in grado di esprimersi verbalmente, a causa di deficit cognitivi congeniti o acquisiti, si sceglie invece di utilizzare la Comunicazione Aumentativa Alternativa (CAA) per garantire loro la possibilità di comunicare col mondo esterno. La CAA, però, non va intesa come mero sostituto del linguaggio verbale, ma piuttosto come potenziamento comunicativo: l’impiego di questa metodologia prevede infatti che il terapeuta accompagni ogni simbolo che presenta al paziente con la relativa pronuncia ad alta voce. Il simbolo diventa così un sostegno allo stimolo verbale in entrata, e, qualora sussistano le possibilità, non inibisce la produzione verbale del paziente.

L’intervento di CAA non richiede alcun tipo di prerequisito, ma è necessario che il terapeuta si muova in un ambiente di interazione accogliente, così da mettere il paziente a proprio agio e creare le condizioni ideali che gli consentano di esprimere un bisogno primario, una scelta o una volontà di affermare il proprio pensiero senza fattori di stress che possano generare frustrazione.

Per ottenere risultati ottimali, questo approccio non dovrebbe limitarsi all’ambito della terapia vera e propria ma dovrebbe estendersi a tutti gli ambienti frequentati dal soggetto: famiglia, scuola, luoghi pubblici di incontro. Infatti, l’intervento di CAA ha un forte impatto positivo in un paziente solo se l’intera rete sociale collabora a questo tipo di comunicazione.

La famiglia, in particolare, riveste un ruolo di primo piano perché è il contesto in cui il soggetto con autismo trascorre più tempo e in cui può sperimentare la socialità, l’espressione delle emozioni e il riconoscimento dei legami affettivi. In questo senso i genitori, pur non possedendo specifiche competenze professionali, possono affiancare lo psicoterapeuta nel processo di potenziamento delle abilità cognitive e comportamentali del proprio figlio facendolo sentire valorizzato e amato. Di contro, anche lo psicoterapeuta può fornire un valido supporto ai familiari dei soggetti interessati da Disturbi dello spettro autistico attraverso un vero e proprio processo di educazione familiare, così da consentire lo sviluppo del senso di competenza e autonomia genitoriale, della capacità di fronteggiare lo stress, dell’apertura verso una ricerca attiva di sostegno fino allo creazione di una vera e propria rete sociale (come il contatto con famiglie che affrontano lo stesso problema) cui fare riferimento anche al di fuori del contesto terapeutico.

In questo modo lo psicoterapeuta si pone come vero e proprio facilitatore della relazione tra genitori e figli, garantendo una progressiva autonomia delle capacità comunicative del soggetto autistico e incrementando le competenze genitoriali attraverso un continuo coinvolgimento in tutte le fasi del programma terapeutico. Solo così, infatti, è possibile accrescere le possibilità di un progresso costante nell’apprendimento del proprio figlio.



Gli strumenti utilizzati


Nel nostro presidio psicoterapeutico di Genzano, vengono impiegati diversi strumenti di valutazione e di intervento, a seconda dello specifico quadro clinico di riferimento.

Un primo strumento è costituito dalle Schede per l’analisi funzionale dei comportamenti che aiutano l’operatore a formulare ipotesi per sviluppare interventi appropriati secondo un modello preciso “Antecedenti Comportamento Conseguenze (ABC)”. La finalità è quella di individuare le cause che determinano il manifestarsi di un dato comportamento nel paziente, circoscrivendo le variabili ambientali che possono aver avuto un ruolo come causa antecedente o conseguente della condotta analizzata.

Un altro strumento è rappresentato dalle Schede di osservazione (tabelle delle frequenze, schede giornaliere delle attività) che vengono utilizzate per sviluppare o consolidare una nuova competenza che non fa parte del repertorio del paziente.

Le strategie impiegate sono:

- l’utilizzo di prompt (ossia aiuti verbali, gestuali o fisici) di guida nell’azione al fine di facilitare l’emissione della risposta (prompting e fading);

- l’apprendimento imitativo attraverso l'osservazione del comportamento di un soggetto che rappresenta il modello (modeling);

- il modellaggio e concatenamento, ossia il rinforzo del comportamento del paziente che progressivamente si avvicina a quello ricercato e l'insegnamento di abilità complesse costituite da sequenze di comportamenti definiti (shaping e chaining);

- le tecniche di rinforzamento, per cui dopo l’emissione del comportamento ricercato viene elargito uno stimolo rinforzante.



Perché scegliere il nostro presidio psicoterapeutico


La Fondazione Giovanni Campaniello è nata con l’ambizioso obiettivo di fornire una risposta strutturale alla tematica dei Disturbi dello Spettro Autistico attraverso progetti di inclusione sociale.

La scelta di costituire piccoli gruppi di lavoro è stata premiata dai risultati positivi riscontrati nel tempo: con il supporto di specialisti ed educatori, ragazzi autistici e neurotipici si ritrovano a cooperare per raggiungere un obiettivo, sviluppando sia abilità pratiche che capacità di concreta integrazione sociale.

Nel nostro “Centro di Autismo Creativo” di Genzano, in particolare, i ragazzi si mettono quotidianamente in gioco sperimentando le dinamiche lavorative (organizzazione, divisione dei compiti, rispetto delle tempistiche e problem solving) tramite le attività di cucina, pittura, grafica e omaggistica creativa. Anche in questo caso, con il passare del tempo, abbiamo registrato significativi progressi nei comportamenti dei ragazzi che, nel complesso, hanno iniziato a sviluppare una maggiore autonomia nell’uso del linguaggio e più in generale nelle abilità di comunicazione non verbale (come l’uso del saluto o di un cenno col sorriso). Abbiamo inoltre riscontrato miglioramenti nella capacità di condividere emozioni con il gruppo e nell’acquisizione di abilità sociali come il rispetto del turno nel gioco o l’incremento del grado di attenzione durante lo svolgimento delle attività.

Questi cambiamenti non hanno solo influito sulla qualità della vita dei ragazzi e sulla loro capacità di comprendere il mondo che li circonda, ma hanno anche rivoluzionato il loro contesto familiare. In alcuni casi, infatti, i genitori hanno reagito con sincero stupore e in altri persino con un certo “spaesamento” di fronte ai mutamenti riscontrati nel comportamento dei propri figli: ragazzi isolati dal punto di vista sociale che invece adesso frequentano con piacere il nostro Centro, oppure che non riuscivano a comunicare in alcun modo col mondo esterno e ora si esprimono attraverso la pittura. Altri ancora sono passati da una condizione generale di inattività allo svolgimento autonomo di alcune azioni (come prendere gli strumenti di lavoro per realizzare un compito).

Sebbene si tratti di progressi positivi per la crescita emotiva e funzionale dei ragazzi, è proprio in questi momenti che occorre coinvolgere nelle attività anche le famiglie, così da supportare tutti i membri in questa fase delicata di accettazione del cambiamento ed evitare, ad esempio, che si possano percepire i miglioramenti conseguiti in ambienti extra familiari come un depotenziamento del proprio ruolo o della capacità di prendersi cura del proprio figlio.

Alla luce di ciò, la creazione del presidio psicoterapeutico, quale spazio d’ascolto individuale e familiare, rappresenta il completamento ideale del percorso di crescita avviato dai nostri ragazzi, che possono così sperimentare un’adeguata gestione dei sentimenti e consolidare naturalmente le competenze cognitive e le abilità di comunicazione funzionale già apprese durante le attività di gruppo.

Forti dei risultati positivi fin qui raggiunti, crediamo fermamente che la nascita di questo percorso integrato - in cui le attività di gruppo si alternano alle sedute psicoterapeutiche individuali - possa rappresentare un importante incentivo per le famiglie che non conoscono ancora il nostro Centro, ma sono in cerca di un sostegno professionale e umano che fornisca loro il supporto e gli strumenti necessari ad avviare il processo di inclusione sociale dei loro figli.